SINDONE - Preghiera e parola
Come già fece il suo predecessore Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI è a Torino, il 2 maggio, per venerare la Sindone. Il Papa è il proprietario del Telo, lasciato in eredità alla Santa Sede da Umberto II di Savoia. Ma Benedetto non viene come un “padrone” a controllare le condizioni in cui è conservato un pezzo del suo patrimonio. Viene come pellegrino: un credente che, come ciascuno di noi, è interpellato da quel Volto. Di fronte alla Sindone si è coinvolti nella Passione del Signore: come se fossimo anche noi spettatori, mescolati alla folla di quella notte fra il Sinedrio e il tribunale di Pilato, o di quella mattina al Calvario, fuori dalle mura. Lungo la catena della successione apostolica di quei fatti siamo divenuti tutti non solo spettatori ma “testimoni” – e il Papa è il primo di noi, di quei due milioni che, dal 10 aprile al 23 maggio, si mettono in coda lungo i Giardini Reali per raggiungere il Duomo e fermarsi qualche minuto a “vedere”.Ma il Papa non deve solo vedere. Si attende da lui che, di fronte alla Sindone, preghi e parli.
Pregare, per ribadire il segno, lo stile, con cui la Chiesa guarda al Telo: la Sindone è testimonianza del passato, misteriosa per la scienza che non riesce a decifrarne il segreto. E questo, in tempi in cui la “verità” della scienza sembra essere l’unica possibile e la sola utile, è un bel segno di contraddizione, una “provocazione” non tanto agli scienziati quanto ai loro dogmi.
Pregare, ancora, perché la Passione del Signore evocata dalla Sindone è la stessa passione nostra, la sofferenza di tutti gli uomini e le donne del pianeta – di tutti i tempi (“Passio Christi passio hominis” è il motto scelto per questa Ostensione dal custode della Sindone, l’arcivescovo di Torino cardinale Poletto). La Sindone obbliga a riflettere sul dolore e sulla morte: ma chi si ferma a guardarla non viene sopraffatto dall’angoscia, piuttosto dalla compassione e dalla pace. La pace di quel Volto composto, di quel corpo martoriato ma intatto nella sua forza e nella sua bellezza.
Pregare, infine, perché oltre il mistero e la contemplazione c’è sempre la carità, il servizio ai fratelli. La stessa giornata di Benedetto a Torino appare scandita da questo ritmo: il grande incontro eucaristico al mattino, la visita alla Sindone nel pomeriggio e poi il congedo a Torino da quel “santuario” che è il Cottolengo, la Piccola Casa dei malati e di chi non ha più – non ha mai – coltivato speranza mondana.
E poi, parlare. La riflessione che il Papa proporrà di fronte alla Sindone è attesa, per molte ragioni. Il suo predecessore aveva parlato della Sindone come “specchio del Vangelo” e “sfida all’intelligenza”. Aveva ricordato, cioè, che la Sindone non è il Vangelo. Non è dal Telo che riceviamo la salvezza di Cristo e la fede nella risurrezione. Il Lenzuolo di Torino “serve” piuttosto a richiamare la fede e la salvezza. È, in qualche minima misura, il compimento della promessa che anche noi siamo “beati” pur senza essere stati nel tempo e nel numero di quelli che hanno veduto… E sfida all’intelligenza: nei confronti dell’orgoglio della scienza, certo. Ma anche, forse, perché la Sindone sfida ciascuno di noi a ripensarsi sul senso della morte – cioè, su quello della vita. Tra il buio e il cielo rimane la scommessa di una vita che si “vince” solo se è donata.
Marco Bonatti
direttore “La Voce del Popolo” (Torino)






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